Una donna può essere bella ma senza sex appeal, così come un gioiello può essere prezioso ma carente di quella componente concettuale che si traduce in una carica poetica le cui dimensioni sono il sogno e l’erotico. Si potrebbe dire che tutta l’opera di Duchamp riflette l’importanza di questi due fattori: l’opera d’arte dovrebbe appellarsi alla mente, “sono stanco di un lavoro puramente ‘retinico’”, affermava il padre dell’arte contemporanea. E aggiungeva, “l’erotismo è un fattore molto importante per me e l’ho sempre utilizzato nel mio lavoro”.
GianCarlo Montebello, ed è questo il suo grande pregio, ha saputo mettere il suo immenso talento al servizio di un’esperienza concettuale collocata sotto il segno dell’onirico, del sensuale e del seducente. Dalla congiunzione folgorante di questi elementi nascono opere di una rara qualità visiva, perché ispirate e quindi poetiche.
Sappiamo che Duchamp, con i suoi ready-made, ha fatto riscoprire la bellezza dell’oggetto comune. Si dimentica spesso che questa riqualificazione non deve nulla alla facilità ma è frutto di tre rigorose condizioni. In primo luogo l’oggetto scelto deve essere decontestualizzato, per dirla con il termine usato da Max Ernst, “spaesato”. Il che implica un rovescia- mento dell’angolo di percezione. Fattore questo riscontrabile anche nella fisica dove Heisenberg, dopo Einstein, ha dimostrato l’importanza del punto di vista dell’osserva- tore. Esempi tipici: La ruota di bicicletta (1913), montata su uno sgabello da cucina oppure Fontana (1917), l’orinatoio collocato sulla sua parte dorsale; o ancora Anticipo per il braccio rotto (1915), un badile per la neve sospeso al soffitto. La seconda esigenza era quella di dare all’oggetto un “colore verbale” e cioè un titolo. La terza, evanescente quanto enigmatica, dettava che la scoperta dell’oggetto comune da elevare al rango di un’opera d’arte doveva essere l’esito di un “appuntamento” tra l’artista e il soggetto da ricreare.
GianCarlo Montebello si è ispirato alla lezione duchampiana inventando nuove regole che gli permettono di far assumere a un oggetto comune la bellezza di un gioiello. In primo luogo mentre rimane fedele alla morfologia del modello ne trasmuta la materia: il ferro diventa oro, la maiolica o la terracotta perla o cristallo di rocca, il vetro diamante, la plastica corallo o pietre preziose. A volte invece è proprio la materia dell’oggetto che ispira innumerevoli varianti come nel caso delle cotte di maglia medioevali che hanno fatto nascere una serie di gioielli in acciaio inox argento o oro.
Kathmandu 1992, ph. Fabrizio Pallotti
bracciale ASOLA I 1985, da Bradamante
ph. Paolo Castaldi
Oltre a trasformare la materia Montebello riesce – e con uguale leggerezza di tocco – a mantenere la funzione originale dell’oggetto oppure a nobilitarne la finalità. Come ad esempio Stringa (1997) di 90, 150 o 170 centimetri sia in materiale polimerico rosso oppure d’argento con puntali in oro giallo; o ancora ago (d’oro) con filo da cucire (di vari colori).

Altre volte il materiale ready-made (la maglia d’acciaio) fa irruzione in un braccialetto, una collana o una sciarpa, come nel Bracciale, 1985, eseguito in acciaio inox e oro con asole e bottoni di materiali preziosi; oppure, altra variante, un bottone automatico da merceria ma d’oro; o ancora, Serranda in oro giallo e diamanti. Poi ci sono le collane eseguite con lo stesso materiale ma arricchite da particolari d’oro e di cristallo di rocca; e Bradamante, la sciarpa in acciaio inox, oro giallo e perle incapsulate lunga 110 centimetri.
Si è parlato di leggerezza di tocco, e qui l’esempio paradigmatico viene da Man Ray con il quale Montebello ha a lungo collaborato (dal 1970 al 1976, quando l’illustre artista ci ha lasciato). Montebello, a sua volta, così riassume la lezione di Man Ray: “mi ha insegnato la semplicità delle cose”.
Un giorno un collezionista, sorpreso dal prezzo richiesto da Picasso per un disegno, gli chiese: “ma quanto tempo ha impiegato per eseguirlo?” La risposta, fulminante, “un minuto più cinquant’anni”. Il modus operandi di Montebello ha un lungo e intenso passato. Tutto inizia nel 1958: egli ha diciassette anni. Dal 1967, per altri undici e sino al 1978, si dedica alle edizioni di gioielli d’artista.
Collabora così con alcuni dei maggiori protagonisti dell’arte contemporanea, oltre a Man Ray. Esegue gioielli di Arman, César, Sonia Delaunay, Piero Dorazio, Lucio Fontana, Allen Jones, Meret Oppenheim, Arnaldo e Giò Pomodoro, Hans Richter, Larry Rivers, Niki de Saint Phalle e altri ancora.
Nel 1978 Montebello subisce il furto di tutta la sua collezione. Da seguace illuminato di Duchamp e Man Ray accoglie questo evento come un segno del destino e decide di consacrarsi quasi esclusivamente alla creazione di gioielli da lui stesso disegnati. Cosa però che non gli impedirà di accettare importanti commissioni e incarichi.

Nel 1985 crea un servizio di posate per una compagnia giapponese. L’anno seguente progetta dei “fermagli” in vetro e raggi d’oro per una manifestazione sulle possibilità dell’arte muranese sponsorizzata dai grandi magazzini Coin di Venezia. Nel 1992 disegna delle lampade in vetro soffiato per la Auras di Mestre, e pezzi d’argenteria da tavola realizzati per Sawaia & Moroni.
Tutta questa molteplice attività non gli impedisce di partecipare alla costituzione del Dipartimento di Oreficeria all’Istituto Europeo del Design, di Milano, dove insegna per due anni (1984-1986). Inoltre nel 1987 collabora con la Société des Amis du Musée National d’Art Moderne – Centre d’Art et de Culture Georges Pompidou, curando la realizzazione di gioielli e oggetti.
GianCarlo Montebello ha anche parteci- pato ad alcune delle più prestigiose manifestazioni internazionali, per citarne solo due tra le più recenti, al Guggenheim di New York (“The Italian Metamorphosis”, 1993-1994, a cura di Germano Celant) e alla Craft Council Gallery di Londra (“New Times, New Thinking: Jewellery in Europe and America”, 1995-1996, a cura di Ralph Turner).
Più vitale che mai, Montebello prosegue la sua attività per esaltare il fascino e il mistero della più bella opera d’arte del creato: la Donna.

Arturo Schwarz
Luglio 2001