GianCarlo Montebello mi ha insegnato che dopo aver gustato un fico d’India il vino rosso “canta in bocca”. È uno dei pochi a sapere che il gusto può diventare anche una musica. Allora per raccontarlo, forse, conviene ragionare di gusto. È questo senso carnale, che parte dalla bocca per giungere, attraverso il cuore, alla pancia che può “parlare” degli ornamenti corporali di Giancarlo Montebello. È meglio sentirli “di pancia”, come ci ha insegnato Wilhelm Reich, piuttosto che “di testa”, perché sono stati concepiti per stare addosso, per circondare, avvolgere, legare, per nascon- dersi nelle pieghe della pelle, per interse- carsi tra le dita, per celarsi dentro le orecchie. Nel gusto GianCarlo si tuffa, si perde per godere i sapori, per scoprirne di nuovi da trasformare in ornamenti. Ornamenti, come tiene a precisare, e non gioielli, perché, pur rivelando legami con le tradizioni orientali e occidentali, pur rievocando passati vicini e lontani, i suoi progetti più che all’arte orafa appartengono al design. I suoi progetti sono di design perché ciascuno è un’invenzione.
Un’invenzione che non ha dimenticato né la memoria né la tecnica artigiana, ma che si pone in un diverso rapporto con il corpo. Un’invenzione che rovescia i canoni tradizionali dell’estetica, giocando di ironia e sperimentando tutti i possibili materiali, nobili e industriali, preziosi e poveri, come la maglia metallica dei guanti da macelleria. Un’invenzione che decontestualizza, secondo la lezione di Duchamp. Nel progetto Montebello cerca la verità del processo: le fiches in cristallo nuvolato, in agata bianca, in lapislazzulo, in rhodoid, in acciaio inox dei suoi recenti bracciali sono legate con cuciture a X in oro o in stringa polimerica rossa. La legatura non si nasconde ma diventa, rivelata, motivo de- corativo. La chiusura del suo fluido bracciale in maglia di acciaio che si avvolge come un polsino, indumento più che gioiello,
GianCarlo Montebello 1991, Capri
accessorio intrinseco più che ostentativo, è un comune automatico, in oro, però, e sovradimensionato. La preziosità sta nel fuori misura, nell’ostentazione di questa banale chiusura da sartoria, normalmente destinata a restare nascosta tra i revers. L’artificio consiste nella decontestualiz- zazione e nel transfer materico: fuori contesto e in oro invece che in comune metallo, l’automatico riveste nuovi valori, diventando simbolo di un diverso gusto ornamentale. In quanto designer Montebello cerca di andare alla radice di ogni problema. Ecco allora la stringa che sostituisce nel suo uso invasivo e sguaiato la catena dorata. Da legare attorno al collo, da arrotolare attorno al braccio, da annodare sui fianchi secondo l’uso tribale, la stringa riporta l’arte di ornarsi alle sue origini primordiali. Incisioni sulla pelle e bondage sono infatti le prime e originarie forme di vanità. Niente di nuovo dunque, anzi assai diffusa sin dall’infanzia la mania di legarsi cordelle ed elastici al polso.
L’innovazione anche in questo caso sta nel dettaglio: i puntali della stringa sono in oro o in argento. Così, sostituendo il materiale di finitura, un comune laccio diventa prezioso, assurgendo di diritto, e non per individuale opzione, al ruolo di ornamento. Nel suo lavoro il materiale povero viene riscattato da interventi preziosi e destabilizzanti. I dettagli preziosi non sono elementi di fantasia, ma oggetti d’uso, come l’automatico, sublimati dal materiale. Il suo far gioielli non è un lavoro di cesello, ma un gioco di invenzione che sposta il mestiere dell’orafo verso il design e verso l’arte. I suoi però non sono gioielli d’artista, cioè le tradizionali opere in microscala, troppo sculture e troppo poco ornamenti, ma veri gioielli, artistici perché nati da un approccio contiguo all’arte e perché destinati a spostare il tiro: ornamenti per il corpo e non miniaturizzazione di una cifra stilistica. Creati per resuscitare la musicalità del gusto, i suoi ornamenti sono dedicati ai palati fini che conoscono il piacere dei sapori genuini e degli abbinamenti imprevisti (come il vino rosso con i fichi d’india) e che perciò sono in grado di apprezzare un’estetica più tattile che visibile, connessa intimamente, più che annessa esteriormente al corpo.

Cristina Morozzi
Parigi-Milano, 31 dicembre 1998/1999