Dei suoi gioielli è il concetto più che l’oggetto a sedurre, o meglio, la fisicità dell’oggetto in quanto “incarnazione” di un concetto, di un certo modo di intendere il corpo, il gioiello, le sue funzioni. La relazione del suo lavoro con la grande lezione duchampiana diventa evidente anche quando, proprio come Duchamp che accolse la rottura del Grande Vetro come un “provvidenziale” intervento del caso, GianCarlo Montebello salutò il furto (1978) di tutti i gioielli da lui realizzati insieme agli artisti come un evento carico di destino. Questo accadimento spostava violentemente e radicalmente il senso dell’operato di Montebello dal regno degli oggetti a quello dell’esperienza, esperienza che costituisce la preistoria dei suoi gioielli. La sua avventura estetica tocca diversi punti nodali. Un nodo importante è che i suoi gioielli non dimenticano mai né il proprio significato antropologico né la propria funzione ornamentale e protettiva. Un altro aspetto fondamentale è dato dal fatto che la “storia delle forme” di Montebello si svolge tra i poli della tradizione (anzi, sarebbe meglio dire delle tradizioni) e della tecnologia. Per quest’ultima componente assume particolare importanza il periodo di formazione, dagli studi in ambito artigianale (la Scuola d’Arte del Castello Sforzesco a Milano) alle prime esperienze professionali in ambienti vicini al disegno industriale. Partendo dal principio che tutte le forme create dall’uomo hanno dignità, il disegno industriale ha sempre tentato di sanare uno dei problemi più drammatici del nostro tempo: il divorzio tra l’arte e la vita, tra gli artisti e gli altri uomini. Il gioiello è per sua natura strettamente saldato alla vita, ai suoi gesti quotidiani come ai suoi momenti fortemente simbolici. E per concepire gioielli bisogna conoscere a fondo non solo il corpo, le sue forme, i suoi atteggiamenti, le sue abitudini e i suoi comportamenti, ma occorre anche una qualche sapienza intorno all’animo umano. La caratteristica fondamentale dei gioielli di Montebello è la relatività, la mobilità, la variabilità: sottolineano la nostra e loro natura impermanente. Particolarmente emblematico è il posticcio, il neosettecentesco “rivisitato” e da Montebello reso come una sorta di “tatuaggio mobile”, per dare a chi ha intenzione di portarlo la possibilità di scegliere con straordinaria libertà che parte del proprio corpo valorizzare, in che modo differenziarsi (dagli altri, ma soprattutto da se stessi).
bracciale FICHES alto 1997
ph. Roberto Gennari Feslikenian
Hortus Unicorni 2007 Orvieto, ph. Gianfranco Pardi
bracciale SOFTNESS “As Time Goes By” 2011
da Bradamante, ph. Dario Tettamanzi
Oggetto di trasformazione per antonomasia, il gioiello ritrova qui il suo valore più autentico(1). Il corpo umano non perde mai la sua centralità: l’oggetto non lo prevarica mai, il gioiello non diventa mai “scultura”. È la relazione a essere fondamentale, il rapporto tra oggetto e corpo. E l’oggetto è lì nella sua “bellezza” per sottolineare le particolarità di alcune parti del corpo, per esaltarne alcuni brani di pelle (penso in questo momento soprattutto all’anello a X). Gli Ornamenti per Bradamante agiscono sul corpo come acqua che scorre, come la carezza di un tessuto. La “figura” dell’abito torna più volte ad affacciarsi, anche più segretamente che non in questo caso in cui ne è sottolineata soprattutto la funzione protettiva(2), riallacciandosi tanto aperta- mente, questa serie, alle cotte di maglia, medievali “abiti” da guerra. In questo caso il richiamo a un altro mondo e un altro tempo non si limita all’antico: il bracciale che fa parte degli Ornamenti per Bradamante si vale di una chiusura composta da un bottone automatico degno di Barbarella, l’“eroina-astronauta” dei fumetti. Come non esistono arti maggiori e arti minori, categorie nate dal remoto retaggio delle dispute cinquecentesche sul primato delle arti, non esiste sostanziale differenza tra materiali nobili e materiali comuni: trattamenti e/o accostamenti inediti fanno “esplodere” la bellezza di ognuno di essi. Senza eccessi e forzature. Si affaccia la lezione di Man Ray, che Montebello sintetizza in una frase: “Il m’apprend la simplicité des choses”.
Montebello non si è limitato a concepire e realizzare ornamenti per il corpo. Nel suo operato figurano anche oggetti d’uso “più vasto” (posate, lampade, souvenir...), e tra questi, un “gioiello per la casa”, che è il corrispettivo esatto del neoposticcio e svolge la sua stessa funzione nella geografia della casa invece che nel corpo umano.
È un chiodo d’oro “appenditutto”, contemporaneamente oggetto funzionale e ornamentale, la cui caratteristica principale è appunto la possibilità di essere profondamente “adattabile”. Probabilmente anche l’inclinazione che Montebello dimostra verso il modulo è leggibile come “sintomo” della sua formazione, vicina al mondo del disegno industriale, che deve aver cresciuto e alimentato la sua propensione a inventare elementi semplici, che possano dar luogo, attraverso l’uso di un’elementare e articolabilissima ars combinatoria, a diversissime forme e funzioni.


Il gioiello come modello culturale
Il corpo culturale e sociale contemporaneo è molto complesso e Montebello, acuto interprete del suo tempo, concepisce i propri gioielli guardando con la stessa attenzione all’abito come al talismano, all’acciaio inox come al diamante. Considera e rispetta ogni oggetto, ogni materiale. Emblematica è la sua scelta di non bucare le perle e di usarle ingabbiandole in una sottile trama d’oro oppure pensando di posizionarle direttamente negli alvei delle orecchie. I gioielli di Montebello propongono una nuova visione culturale di ampio respiro: possono partecipare tanto di suggestioni arcaiche quanto tecnologiche, possono trarre ispirazione da forme nate tanto al Nord quanto al Sud del mondo... Non si pongono confini se non quelli insiti nei materiali stessi. Consagra ricorda Montebello negli anni settanta come qualcuno che “insiste che la sua è l’unica strada per avere un gioiello di cui valga la pena di occuparsi”(3). Sostanzialmente è ancora così. Montebello fornisce all’altro gli strumenti per inventarsi ogni giorno un proprio autoritratto.

Elisabetta Longari
Milano, agosto 1998



(1) Si veda in proposito Omar Calabrese in Gioielli. Moda, magia, sentimento, Mazzotta, Milano 1986, pp. 11-14.
(2) Si veda in proposito Claude Lévi-Strauss, Lebensspender Schmuck, in Ornamenta I Internationale Schmuckkunst (Schmuckmuseum Pforzheim), München 1989, pp. 13-16.
(3) Pietro Consagra, Vita mia, Feltrinelli, Milano 1980, p. 131.